Nel rapporto stilato da Mario Draghi nel 2024 sul futuro della competitività europea viene identificato come fattore frenante della crescita economica in Europa nel precedente quarto di secolo il rallentamento della produttività, attribuito principalmente alla stagnazione del processo di innovazione.
In particolare nel settore delle tecnologie digitali, l’Europa risulta in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina nell’innovazione di frontiera in molti campi, comprese intelligenze artificiali e informatica quantistica. Una delle cause di tal ritardo è individuata dal rapporto Draghi nello scarso legame tra Accademia e mondo produttivo.
Il rapporto sottolinea come non vi sia nessun cluster di innovazione che leghi università e aziende europee tra i primi 10 a livello globale. In sintonia con la visione del rapporto Draghi la ricerca economica tradizionale considera il ruolo dell’università nel processo di ricerca e di innovazione tecnologica come la risposta adatta alla difficoltà di protezione dei diritti di proprietà intellettuale nella ricerca di base.
Il premio Nobel americano Kenneth Arrow è stato il primo a sottolineare come tale difficoltà scoraggi la ricerca innovativa di base impedendo l’appropriazione dei rendimenti ad essa associati. Il finanziamento pubblico della ricerca di base tramite gli atenei compenserebbe il difetto di incentivi privati e di mercato.
In conseguenza di tale punto di vista sono stati sviluppati a partire dalla fine del secolo scorso in vari paesi nuovi strumenti legali per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale portando a un rilevante aumento del numero di brevetti di innovazioni legate alla ricerca di base da parte di scienziati legati a loro volta al mondo accademico e non. Questo incremento che tende a favorire la ricerca di base privata e non accademica ha però in alcuni casi prodotto il cosiddetto effetto anti-Commons. La tragedia dei Commons, o beni comuni, si verifica quando molti utilizzatori senza ben definiti diritti di proprietà su una risorsa comune la esauriscono rapidamente cercando di appropriarsene prima e più degli altri. Il fenomeno opposto di anti-Commons appunto si verifica quando gli utilizzatori di una risorsa con diritti di proprietà estremamente delineati e dettagliati su di essa cercano di impedirne l’uso reciprocamente.
Una versione della tragedia degli anti-Commons sarebbe avvenuta durante la pandemia di COVID- 19, quando le case farmaceutiche in corsa per lo sviluppo del vaccino avrebbero utilizzato i propri brevetti per bloccare la ricerca dei concorrenti portando a un rallentamento generalizzato dello sviluppo dei vaccini. Tale effetto è potenzialmente pericoloso per la ricerca fondamentale e potrebbe essere all’origine di almeno una parte del mancato passaggio dei brevetti accademici alla fase di commercializzazione.
Più di recente, ad opera del celebre economista francese Philippe Aghion vincitore del Premio Nobel per i suoi studi sulla crescita economica è stata individuata una diversa ragione in base alla quale la ricerca fondamentale debba avvenire negli atenei. L’idea è che gli accademici siano animali che prediligono la libertà di ricerca disposti ad accettare remunerazioni inferiori pur di avvalersi di tale indipendenza. Il rischio della libertà di ricerca sarebbe quello di dedicarsi a progetti nella sostanza inutili assimilabili a giochi intellettuali fini a sé stessi.
L’università sarebbe in definitiva un meccanismo istituzionale teso a garantire la libertà accademica, cosa che il settore privato non potrebbe fare essendo mosso da incentivi di mercato che indirizzano la ricerca al successo immediato, immaginando il processo di innovazione come suddiviso in stadi più o meno avanzati e prossimi allo sviluppo e alla commercializzazione di un nuovo prodotto o di una nuova tecnologia.
Le fasi iniziali più lontane dalla realizzazione finale – e quindi con minore probabilità di successo economico – andrebbero lasciati alla libertà di ricerca dell’accademico che ne ricava una remunerazione economicamente inferiore, essendo compensato però dalla possibilità di abbandonare il progetto se non lo ritiene intellettualmente soddisfacente. Mentre le fasi ulteriori più vicine alla commercializzazione andrebbero lasciate alle imprese più adatte all’immediato sfruttamento dell’idea, ma costrette a remunerare maggiormente i propri ricercatori più vincolati al successo della linea di ricerca.
Spostare la linea di demarcazione tra ricerca libera e ricerca finalizzata eliminando progressivamente il ruolo dell’Accademia potrebbe in alcuni casi bloccare l’intero processo innovativo poiché il costo di remunerare una ricerca di base finalizzata diventerebbe insostenibile a fronte di una probabilità di successo dell’innovazione ancora troppo scarsa. In definitiva il legame tra università e impresa pur essenziale per l’innovazione e la crescita economica, come giustamente sostenuto da Draghi, non può diventare una catena che vincoli la libertà accademica a costo di bloccare il processo innovativo fin dalla sua origine.
* Leo Ferraris e Giovanna Iannantuoni
Brano tratto da “Tutto si trasforma”, scritto da Leo Ferraris e Giovanna Iannantuoni, Egea Editore, Milano, anno 2026. (pag.103-105)
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