“Una città che non si trasforma è una città che muore”, ama ripetere Giuliano Della Pergola, il docente universitario che con le sue lezioni e i suoi libri ha formato molti studenti del Politecnico di Milano alla sociologia urbana. La sua indicazione è utile per comprendere e interpretare come Milano è evoluta e come evolverà. Dopo Tangentopoli, il capoluogo lombardo era moribondo. Nell’intero ultimo decennio del secolo scorso, dopo gli arresti del ‘92, le inchieste della Procura, i processi, le condanne, la fine della prima Repubblica, sotto la Madonnina si respirava il clima acre e depresso di una esistenza giunta alla fine. Lo testimoniavano i bar e i ristoranti svuotati, il calo demografico, l’assenza di stimoli, la perdita di identità, il malumore diffuso.
Poi il cambio di passo. Ripartendo da zero, alcuni sindaci hanno ridato smalto alla città. Giampiero Borghini l’ha presa in mano nel momento più critico (nel periodo del dopo Paolo Pillitteri) e ne ha riassestato l’impostazione istituzionale, consegnando l’amministrazione a Marco Formentini per una gestione di trapasso basata sulla concretezza e sul ritorno al rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini. È stato poi Gabriele Albertini a puntare sull’efficienza degli uffici e sul ripensamento dei servizi e dei luoghi, in un’ottica di città moderna, dove le fiere escono dal centro abitato e dove si pensa a riprogettare gli spazi, come le ex-Varesine. Con Letizia Moratti si è affermata la visione di una metropoli che vuole tornare ad essere grande e si è dato fiato alle trombe per caricare anche di simboli l’arredo urbano. In questo clima, ispirato da Albertini, hanno preso corpo le realizzazioni di City Life, dei grattacieli moderni, di piazza Gae Aulenti e Corso Como, del Bosco verticale. Il simbolo dei simboli di una città rinata rimane però l’Expo, che ha riportato in auge il marchio della milanesità, in grado di rilucere ancora oggi.
I sindaci seguenti, Giuliano Pisapia e Giuseppe Sala, hanno raccolto questa eredità – portando a compimento i progetti urbanistici avviati con Albertini e Moratti – e l’hanno gestita cercando di riequilibrare il rapporto tra cemento e verde, tra natura e artificio. Messaggi che si sono concretizzati nelle piste ciclabili, nella ripiantumazione di alcune aree. Le olimpiadi invernali di Milano Cortina hanno posto il sigillo a questo scintillante periodo che ha consentito alla città di Milano di riqualificarsi in Europa come una giovane capitale tra le capitali, anche se capitale non è, grazie alla rinascita morale e a iniziative come le fiere della Moda e del Mobile, un faro di riferimento per il mondo intero.
E ora, cosa c’è davanti? Quale sarà il futuro di questa metropoli che ha sempre cercato di andare oltre, di anticipare i tempi e di dettare le impostazioni dell’economia? È necessario e opportuno seguire alcuni segnali, unire i puntini e l’immagine apparirà nitida. Per questo si può dire che Milano non sarà più la capitale della Moda e del Mobile. Lo diventerà di qualcosa d’altro. Vediamo.
Nell’area dell’Expo, con lo smantellamento delle strutture fieristiche ed espositive, è sorta una cittadella del sapere, Mind, il distretto dedicato allo sviluppo delle conoscenze nei campi della salute, del benessere, della tecnologia e della sostenibilità. In esso è presente Human Technopole, l’istituto delle tecnologie applicate alla genetica, supportato da Watson, il sistema avanzato di Intelligenza Artificiale di IBM.
Negli ultimi anni in città e provincia sono sorti numerosi centri diagnostici per le analisi cliniche. I marchi Humanitas, Auxologico, Synlab, Centro Diagnostico Italiano e altri, sono presenti in ogni quartiere per offrire servizi di esami di laboratorio e visite specialistiche. Nell’intera provincia di Milano sono operative ben trenta realtà ospedaliere, tra pubbliche e private, tutte di avanguardia, che attraggono pazienti anche da altre regioni e dall’estero. Si pensi ai ruoli giocati dallo IEO, l’Istituto Europeo di Oncologia e dall’Istituto dei Tumori nel settore delle neoplasie, punti di riferimento per tutto il Paese.
Accanto alle università pubbliche sono sorti i poli universitari sanitari del San Raffaele e dell’Humanitas, considerate eccellenze. Anche se non esistono stime precise, sono diverse decine di milioni le visite specialistiche, gli esami diagnostici, le prestazioni ambulatoriali. Basti pensare che il Centro Diagnostico Italiano ha dichiarato pubblicamente che nell’ultimo anno ha seguito oltre 600 mila pazienti, ognuno dei quali ha svolto più di un esame, tra radiografie, mammografie, risonanze, analisi del sangue, delle urine, etc.).
In questo quadro fanno da contorno anche altre realtà come la Città della Salute, a Sesto San Giovanni, e la rete delle residenze per anziani, come le RSA, numerose e sparse su tutto il territorio milanese e lombardo. Tutte strutture che raccolgono informazioni, dati sanitari, demografici, statistici. Sarà forse un caso che un imprenditore delle cliniche private come Giampaolo Angelucci abbia acquistato due giornali milanesi, Il Giornale e Libero? Ma Angelucci non è il solo privato a competere nel settore della sanità privata in Italia: abbiamo già incontrato Gianfelice Rocca con Humanitas. Troviamo anche le famiglie Garofalo (con 38 strutture in Italia, ma non presente in Lombardia), Miraglia (40 realtà nel Centro e nel Sud), Sansavini (con 30 centri, alcuni in Lombardia), Rotelli (Gruppo San Donato) e De Benedetti (cliniche KOS).
Alla luce delle competenze e dei numeri, la città di Milano con le sue realtà sanitarie è considerata un Hub sanitario strategico, che ogni anno visita e tratta oltre 6 milioni di pazienti, che eroga diversi milioni di prestazioni e che raccoglie diverse decine di miliardi di dati e informazioni sensibili, un patrimonio inestimabile di risorse informative.
La legge attuale prevede che ogni realtà sanitaria, sia esso ospedale, centro di cura, laboratorio o residenza per anziani, per ragioni di privacy non condivida con altre strutture le cartelle cliniche e i referti. Ma in ambito politico e imprenditoriale si freme perché venga predisposta una norma che sancisca la possibilità di aprire i dati sanitari perché si condividano per consentire la lettura e la valutazione da parte dell’Intelligenza Artificiale. Garantendo la riservatezza, in futuro è altamente probabile che tutte le informazioni dell’Hub sanitario milanese vengano fatte confluire verso sistemi come Watson per stabilire utili analisi, raffronti, comparazioni e, in ultima analisi, trovare risposte a patologie.
Una volta sbloccata la serratura, i miliardi e miliardi di dati confluiranno nel sistema per valutazioni statistiche. Sarà possibile correlare informazioni, comprendere le origini delle malattie e prevederne il corso. Tutte indicazioni utili per i medici e per il settore farmaceutico, che guarda con attenzione allo sviluppo del processo per trovare rimedi efficaci, molecole utili per la guarigione e brevetti remunerativi.
Quando la rete dei centri sanitari milanesi e lombardi, con le loro miniere di informazioni, troverà sbocco nell’Intelligenza Artificiale, la potenza di Milano si esprimerà a livelli mondiali, perché non esiste altra città al mondo con un concentrato così denso di pazienti, organismi sanitari e centri di ricerca. A quel punto la città potrebbe essere riconosciuta come la capitale mondiale dei dati sanitari. Forse è per questa suggestione che gruppi come NTT hanno aperto la loro sede a Milano. La società giapponese lavora nel campo dell’integrazione dei sistemi, della cybersicurezza e dell’intelligenza artificiale. In Italia conta oltre 6 mila dipendenti, la maggior parte assunta recentemente nel capoluogo lombardo.
Basta unire i puntini e ci si accorge che per qualcuno il destino di Milano è già segnato in agenda. Certo, la moda e l’arredo non spariranno, ma tra qualche anno il primato della città a livello mondiale potrebbe essere garantito da un altro settore, quello dei dati sanitari. Della Pergola aveva ragione e la sua visione è adattabile al futuro come al passato: una città viva è una città che sa trasformarsi.
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