Nell’era del boom economico, nel 1960, l’aspettativa di vita in Italia era di 69 anni. Oggi, nell’era dell’Intelligenza artificiale, è salita a 83 anni. Si può affermare che nell’arco di circa 60 anni, un italiano vive in media 14 anni in più. E se prima si andava in pensione a 60 anni, oggi si percepisce l’assegno previdenziale a 67 anni e qualche mese. Una prima constatazione riguarda la durata del periodo di vita residua una volta che si è andati in pensione: in media è salita dai 9 anni del 1960 ai 16 anni attuali.
La professionalità, le competenze, gli interessi e uno stato di salute buono ed efficiente hanno portato molti connazionali a proseguire l’attività oltre la data di pensionamento. Incrociando i dati di alcuni centri studi (Inps, Itinerari Previdenziali, Ordini Professionali) emerge che sono poco meno di un milione le persone agées ancora inserite nella dinamica imprenditoriale. A fronte di una cospicua parte di giovani tra i 19 e i 29 anni che non lavorano e non studiano: sulla base di dati Istat, Openpolis ha calcolato che a fine 2025 ben 1 milione e 780 mila giovani nel nostro Paese erano Neet (che non studiano e non lavorano), pari a oltre il 13% della popolazione di riferimento.
In Italia abbiamo un ribaltamento della situazione, che cambia la percezione e la difesa dei luoghi comuni. Per certi aspetti, non sono i giovani a mantenere gli anziani che hanno smesso di lavorare. Sono gli over 65 che continuano a lavorare e che contribuiscono a mantenere i giovani che non studiano e non lavorano.
La società longeva presenta queste contraddizioni di fondo. Chi continua a lavorare oltre i 65 anni paga le tasse, versa i contributi all’Inps o alle Casse Previdenziali private, supporta il sistema produttivo con una visione ottimistica e spende per consumi e investimenti. Tra i giovani è diffuso un altro sentimento, che deve essere studiato e compreso. Molti studenti sono disamorati e privi di interessi. Molti, tra quelli che si diplomano e si laureano cercano di emigrare alla ricerca di fortuna: l’ultima rilevazione del Cnel, pubblicata in questi giorni, mette in evidenza che nel 2024, ultimo anno censito, hanno lasciato l’Italia 78 mila giovani e tra questi il 40% è laureato (circa 30 mila!). Gran Bretagna, Austria, Stati Uniti, Francia e Germania sono le mete preferite da ingegneri, matematici, informatici, architetti e economisti. In media solo un laureato su cinque rientra in Italia dopo aver fatto esperienze lavorative all’estero.
Questi numeri devono farci riflettere, senza incolpare nessuno. Dobbiamo studiare come rilanciare il senso delle competenze e della partecipazione al processo produttivo, a livello di imprese e di contesto sociale. Appare urgente cambiare la cultura e i modelli di impresa – sostengono alcuni consulenti strategici tra i più accreditati – per attrarre e mantenere i giovani in Italia e per consentire ai più anziani di continuare ad essere promotori di iniziative. Non c’è solo l’emergenza di un nuovo patto intergenerazionale. C’è bisogno di un profondo cambiamento di valori condivisi, che sappia abbracciare le istanze e gli interessi delle diverse fasce d’età per unire le capacità tecnologiche dei giovani alle conoscenze dei più esperti.
C’è una strada aperta e lunga per l’Age management, la disciplina che mira a ricomporre e a valorizzare i modelli di un’impresa, resa ancora più efficiente e aperta dai contributi di ogni generazione coinvolta.
Disclaimer: Tutte le immagini sono generate con l’intelligenza artificiale
