Il problema emerge quando la delega alle tecnologie diventa un modo per distribuire le attività senza assegnare con altrettanta chiarezza la responsabilità dei risultati. Un agente può confrontare offerte, generare ordini, elaborare dati finanziari e attivare procedure, ma non può sostituire il manager nella definizione degli obiettivi economici, nella valutazione delle implicazioni strategiche e nell’assunzione delle responsabilità organizzative. Se una decisione automatizzata genera una perdita, un errore contrattuale o un problema operativo, occorre sapere chi aveva il potere di autorizzarla, chi avrebbe dovuto controllarla e chi è responsabile delle conseguenze.

La carenza più rilevante, quindi, non è necessariamente quella di competenze tecniche, ma quella di una leadership capace di governare la delega. Molte organizzazioni rischiano di confondere la capacità di introdurre strumenti innovativi con la capacità di governarli. I manager possono essere tentati di affidarsi alle raccomandazioni dei sistemi, attribuire gli errori alla tecnologia o considerare l’automazione una giustificazione per non intervenire direttamente. In questo modo, il processo decisionale diventa progressivamente opaco e la responsabilità si disperde tra fornitori tecnologici, funzioni aziendali e sistemi automatizzati.

Una gestione efficace richiede invece manager che non si limitino a distribuire compiti, ma definiscano limiti operativi, livelli di autorizzazione, procedure di verifica e condizioni per l’intervento umano. Devono inoltre assicurare la tracciabilità delle decisioni, la possibilità di revocare gli accessi e la capacità di cambiare fornitore senza perdere il controllo dei dati e dei processi aziendali. Si tratta di responsabilità che non possono essere delegate integralmente a un algoritmo, perché riguardano il governo dell’impresa, la tutela degli interessi aziendali e la capacità di rispondere delle decisioni assunte.

In questo scenario, il rischio è che l’intelligenza artificiale renda le organizzazioni più efficienti nell’esecuzione, ma più deboli nella responsabilità. La vera sfida manageriale non consiste nel delegare il maggior numero possibile di attività agli agenti digitali, bensì nel mantenere una chiara titolarità delle decisioni e dei risultati. Senza manager disposti ad assumersi questa responsabilità, l’automazione rischia di accelerare i processi senza migliorare la qualità della gestione, moltiplicando le decisioni difficili da ricostruire e gli errori per i quali nessuno sembra essere direttamente responsabile.

Il confronto più significativo arriva dagli studi dell’OCSE, che nel rapporto OECD Economic Surveys: Italy 2026 individua nella qualità della gestione aziendale uno dei punti deboli del sistema produttivo italiano, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Un dato è particolarmente rilevante:

Manager che hanno partecipato a formazione o istruzione negli ultimi 12 mesi, fascia 25–54 anni

Italia, 39,6% contro una media OCSE del70,5%.

Per il confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea, il rapporto riporta anche un 44% di partecipazione a livello europeo da una rilevazione Eurostat comparabile.

Il dato non dimostra che ogni manager italiano sia meno competente di un collega straniero, né misura direttamente la capacità di assumersi responsabilità. Indica però una minore partecipazione alla formazione, che può incidere sulla capacità di gestire organizzazioni complesse, persone e trasformazioni tecnologiche.

Il resto del mondo

Secondo l’OCSE, Italia, Francia e Germania non presentano le stesse condizioni per lo sviluppo delle competenze manageriali: in particolare, i manager italiani ricevono meno formazione specifica rispetto ai colleghi francesi, tedeschi e britannici, soprattutto nelle PMI.

Queste differenze non significano che un manager tedesco o francese sia automaticamente migliore. Suggeriscono, piuttosto, che in alcuni contesti europei esistano condizioni più favorevoli alla formazione, alla selezione professionale e alla responsabilizzazione dei dirigenti.

Il problema italiano: il ruolo senza la responsabilità?

Qui si trova il nodo più importante per comprendere le difficoltà di molte imprese italiane. In alcune organizzazioni, soprattutto nelle aziende familiari e nelle PMI, la posizione manageriale può dipendere più dalla fiducia personale, dall’anzianità o dalla vicinanza alla proprietà che da una comprovata capacità di dirigere. Questo può generare una contraddizione: il manager dispone di un titolo e di un’autorità formale, ma evita le decisioni difficili, non mette in discussione le scelte della proprietà e tende a privilegiare la conservazione degli equilibri interni rispetto ai risultati aziendali.

Non è una caratteristica esclusivamente italiana, ma l’OCSE identifica proprio nella professionalizzazione della gestione delle imprese familiari e nella diffusione di criteri meritocratici due aree di miglioramento per il nostro Paese.

L’intelligenza artificiale rende questa debolezza ancora più evidente. Un sistema automatizzato può eseguire procedure, confrontare alternative e produrre raccomandazioni, ma qualcuno deve stabilire quale rischio sia accettabile, quali obiettivi perseguire e quando interrompere un processo. Un manager che non vuole assumersi la responsabilità delle decisioni potrebbe utilizzare la tecnologia non per migliorare la gestione, ma per trasferire altrove la responsabilità degli eventuali errori.

La vera differenza da colmare

L’Italia non ha semplicemente bisogno di manager più istruiti o più aggiornati sul digitale. Ha bisogno di una cultura aziendale nella quale la responsabilità sia una componente concreta del ruolo dirigenziale.

Questo significa

  • Responsabilità effettiva: chi dirige deve rispondere delle decisioni che rientrano nelle proprie competenze.
  • Merito: promozioni e incarichi devono dipendere da capacità e risultati verificabili
  • Autonomia decisionale: non si può chiedere a un manager di rispondere dei risultati negandogli i poteri necessari per conseguirli
  • Formazione continua: dirigere significa aggiornare costantemente le proprie competenze, non vivere di esperienze passate
  • Governo dell’IA: l’automazione deve rafforzare la capacità di controllo del management, non diventare un alibi per sottrarsi alle responsabilità

La conclusione è che il divario italiano riguarda anche il modo in cui viene concepito il ruolo del manager. Dove la professionalità dirigenziale è sostenuta da formazione, meritocrazia, autonomia e responsabilità verificabile, l’impresa ha maggiori possibilità di utilizzare efficacemente le nuove tecnologie. Dove questi elementi sono deboli, anche gli strumenti più avanzati rischiano di produrre efficienza operativa senza un corrispondente miglioramento della qualità della gestione.


Disclaimer: Tutte le immagini sono generate con l’intelligenza artificiale

Laureata in lingue all'Università di Milano, collaboratrice Economia Corriere della Sera. Ha scritto anche per Il Sole 24 Ore e il periodico della Aldai-Federmanager. È autrice di libri sulla lingua inglese, pubblicati da Rizzoli e Mondadori. Attualmente è editor-in-chief del magazine on line DiPlanet.Tech, pubblicato da Emmegi Group di Milano.

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