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      Noi non siamo macchine

      Gli automi potranno diventare coscienti? Per alcuni esperti questa possibilità esiste, ma all’uomo è ancora concesso il privilegio di percepire il mondo come un intero, frutto di una consapevolezza profonda che ha radici ancora inspiegabili.
      Federico FagginDi Federico FagginLeggi in 4 Min
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      Noi non siamo macchine
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      Oggi leggiamo che l’intelligenza artificiale, basata sulle reti neurali artificiali, potrà presto sorpassare le capacità umane. Queste previsioni sono sostenute da risultati impressionanti, come la sconfitta da parte di un computer anni fa del campione mondiale di scacchi e, più recentemente, del campione mondiale di go, un gioco cinese ritenuto ancora più immaginativo e quindi più “umano” degli scacchi. Alcuni scienziati prevedono addirittura che in meno di quarant’anni il computer diventerà cosciente. Questi risultati e previsioni di esperti vanno contro il senso di molte persone e sfidano la nostra comprensione intuitiva della vita, della consapevolezza e della natura della realtà.

      La scienza deve urgentemente affrontare queste tematiche, che nel passato sono state studiate quasi esclusivamente dalla filosofia. Che cos’è che ci distingue dalle macchine? Siamo semplicemente dei computer biologici? Secondo la maggior parte degli scienziati, sì. Basandomi sulle mie esperienze dirette e sulle mie riflessioni, io penso di no.

      La straordinaria prospettiva offerta dall’esperienza del risveglio e altre simili mi ha rivelato sperimentalmente (un esperimento interiore) e non intellettualmente (un’idea, un concetto) che tutti noi abbiamo anche la capacità di percepire la realtà come il mondo che osserva sé stesso. In altre parole, la nostra consapevolezza può percepire sensazioni prodotte dal corpo e da altri canali di cui non siamo ancora coscienti. Nel primo modo, l’informazione del mondo è trasformata dai sensi e dal cervello, dando luogo all’esperienza ordinaria del mondo fisico che tutti abbiamo; nel secondo modo, otteniamo un’informazione che normalmente non siamo coscienti di ricevere. E più ci identifichiamo con il nostro corpo, più perdiamo contatto con questa realtà più profonda.

      Ciò implica che, quando il corpo muore, si perde la capacità di osservare il mondo dal punto di vista del corpo, mentre la prospettiva dimenticata – quella di osservare il mondo come parte-intero – viene mantenuta. Questo punto di vista più profondo, in precedenza affogato dalla prospettiva più appariscente del corpo, diventa nuovamente percepibile, rivelando la nostra essenza. Le molte testimonianze di premorte danno sostegno a questa congettura.

      La nostra essenza è questo sé straordinario che appartiene a una fisica che ancora non conosciamo, una fisica da cui emerge la fisica che oggi pensiamo descriva tutto ciò che esiste.

      Questo è anche il sé che organizza la materia che forma il corpo con cui ci identifichiamo nella nostra esperienza ordinaria. E lo fa, in questo modello, per avere un’esperienza che gli permetta di conoscere sé stesso più a fondo, interagendo con altri sé che indossano un simile “costume” fatto di materia. In questo senso, la materia è come uno specchio che permette al sé di conoscere meglio sé stesso.

      Mi piace pensare che la materia sia come l’inchiostro con cui il sé scrive la comprensione di sé stesso e del mondo. I nostri antenati che hanno scritto i Veda più di 4000 anni fa hanno già parlato di esperienze e riflessioni simili alle mie. E lo stesso messaggio profondo è stato ripetuto nelle varie civiltà che si sono succedute da allora fino a oggi. La visione materialista del mondo che domina la Weltanshauung del nostro tempo considera, invece, il messaggio dei Veda come il risultato ingenuo del pio desiderio d’immortalità dell’uomo, il tentativo ignorante e illusorio di essere di più nel nostro corpo.

      Rifiutando tale messaggio, gran parte della nostra società si è chiusa alla possibilità di sperimentare la verità. È un fatto assodato che chi non crede nella possibilità di una particolare esperienza non farà mai l’investimento necessario per esplorarla. Se, per di più, tali esperienze sono ridicolizzate, come lo sono in realtà in molti ambienti, ecco un’ulteriore ragione per starsene lontani. In questo modo una parte della società controlla il resto.

      * Federico Faggin
      Brano tratto dal volume “Silicio” pubblicato da Mondadori, Milano, anno 2019 (pagg. 254 – 256)


      Disclaimer: Tutte le immagini sono generate con l’intelligenza artificiale

      AI Coscienza Filosofia Intelligenza Scienza
      Federico Faggin

      Federico Faggin è un fisico, inventore e imprenditore italiano che dal 1968 ha lavorato negli Stati Uniti. È stato capo progetto e designer dell’Intel 4004, ha sviluppato la tecnologia MOS che ha permesso la fabbricazione dei primi processori e delle memorie EPROM e RAM dinamiche e dei sensori CCD. Nel 1974 ha fondato la Zylog e nel 1978 Synaptics, dove ha sviluppato i primi touchpad e touchscreen. Nel 2011 ha fondato la Federico and Elvia Faggin Foundation.

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