I Data Center sono solo l’ultimo anello di una catena. Quando si parla di Intelligenza Artificiale si pensa ai linguaggi, alle applicazioni. Insomma, agli aspetti pratici, agli utilizzi. Dietro c’è un mondo, che è fatto di Data Center, ma non solo. Ci sono anche cavi sottomarini e reti di satelliti per la trasmissione, la sicurezza e il controllo dei flussi di informazioni. E a ben guardare, se volessimo entrare nel dettaglio, i computer hanno bisogno di chip sempre più veloci, potenti e sofisticati, che al loro interno utilizzano metalli preziosi e critici, come gallio e oro. Per non parlare dell’enorme richiesta di rame per le connessioni tra Data Center e imprese, e tra imprese e altre realtà produttive. Senza queste infrastrutture l’Intelligenza Artificiale non va da nessuna parte.

Possiamo dire che prima dell’Intelligenza Artificiale si deve costruire un Artificio Intelligente, un apparato infrastrutturale pronto a sostenere lo sviluppo di tutto il castello di logiche sovrastanti. Ragionevolmente dobbiamo immaginare il mondo delle reti come un immenso hardware distribuito, una gigantesca sinapsi tecnologica ipercollegata che consente di ospitare l’Intelligenza Artificiale, il software evoluto del mondo interconnesso.

La globalizzazione, fenomeno mancato sotto l’aspetto del commercio per le politiche intransigenti di Trump, diventa allora l’obiettivo delle visioni tecnologiche. Chi crea, domina e controlla l’Artificio Intelligente possiede le chiavi del futuro. Gli Stati Uniti puntano sulla Groenlandia, dove intendono estrarre uranio per alimentare una serie di network di mini reattori nucleari con cui alimenteranno i Data Center raffreddati dal gelo artico. In Groenlandia si sono già posizionati gruppi di investitori, che vedono la partecipazione di Gates, Zuckerberg, Bloomberg, Thiel: segno che l’interesse per questi progetti è fortissimo da parte dei principali operatori e di gruppi come BlackRock, State Street e Vanguard.

Washington, che ha già addomesticato il Venezuela alle sue mire espansionistiche con la cattura di Maduro e la creazione di un governo favorevole alle sue politiche, sta avviando relazioni aggressive nei confronti di altri paesi come Cuba, Cile e Perù. Questi territori sono meta ambìta anche da parte dei cinesi, che non vogliono perdere opportunità di affari, visto che Pechino importa dai paesi sudamericani circa un terzo delle loro esportazioni complessive, grazie ai porti cileni e peruviani che si affacciano sul Pacifico.

“Siamo abituati a pensare – sostiene l’analista di business intelligence Stefano Bozza in un suo report – che i conflitti per il predominio mondiale si combattano solo con i vettori, missili o droni. La realtà è che la sfida decisiva del ventunesimo secolo si gioca sulla potenza di calcolo elettronico e la Cina sta costruendo in segreto una macchina da guerra invisibile che la Silicon Valley ha difficoltà a contrastare”. Nel cuore della Mongolia interna, in una città ai margini del deserto del Gobi chiamata Ulanqab sta sorgendo qualcosa di inusuale: dove prima c’erano soltanto campi di girasoli e distese coltivate, oggi la Cina sta realizzando una novantina di gigantesche centrali di Data Center per l’intelligenza artificiale. Strutture imponenti nate dal nulla in appena 24 mesi, guidate da colossi come Huawei e Tencent”.

In questa lotta per conquistare la posizione dominante, gli Stati Uniti mantengono ancora un vantaggio numerico di chip di fascia alta come processori Nvidia e AMD bloccati dai divieti di esportazione americani. Ma Pechino sta applicando una strategia industriale brutale ed efficace per compensare la mancanza di microchip avanzati con una valanga di energia grezza e infrastrutture colossali. “Si osservi – commenta ancora Bozza – la logica spietata di questo piano: i produttori cinesi uniscono cluster di chip meno potenti che però consumano quantità enormi di elettricità. Dove prendono tutta questa energia? Dalle sterminate distese eoliche e solari dell’ovest cinesi. Un surplus di energia verde tale da poter alimentare un intero paese occidentale per un anno. Un sistema di raccolta dei flussi di energia collegato direttamente con cavi in fibra ottica ai centri di comando di Pechino”.

Capire dove si sposta il baricentro della tecnologia significa capire chi governerà il nostro futuro. Mentre in Europa la costruzione dei Data Center è bloccata da reti elettriche obsolete, lungaggini burocratiche e proteste locali sull’uso dell’acqua, il piano economico quinquennale di Pechino procede senza alcun freno. Un progetto come il Galaxy Campus della società Envision copre superfici pari a 20 campi da calcio, funziona con raffreddamenti industriali ad alcool a zero spreco idrico e utilizza parchi eolici dedicati. È la prova che la competizione tecnologica del futuro non si vince solo con i brevetti della Silicon Valley, ma con la capacità materiale di costruire energia, spazio e potenza di calcolo per puntare ad una maggiore velocità di affermazione dell’apparto industriale.

In questo quadro l’Europa è costretta a inseguire, perché non possiede ancora le filiere e le competenze per affermarsi come potenza. L’obiettivo di integrare una visione di autonomia in materia di energia e risorse per garantire lo sviluppo di un proprio Artificio Intelligente si scontra con la realtà dei fatti. Il Vecchio Continente dipende dalle forniture estere per gas e petrolio, non possiede rame e materie prime critiche, le sue industrie di microprocessori sono minoritarie nel panorama mondiale, la tecnologia del solare e dell’eolico è in gran parte importata, le lungaggini burocratiche di Bruxelles frenano lo sviluppo. Infine, mancano corsi d’acqua per raffreddare gli impianti di Data Center. La debolezza dell’Europa rende ancora più aspra la sfida tra Washington e Pechino. La vera partita per il controllo dell’intelligenza artificiale e dell’economia mondiale si sta decidendo tra i deserti ghiacciati della Groenlandia e le spianate steppose della Mongolia interna.


Disclaimer: Tutte le immagini sono generate con l’intelligenza artificiale

Academy Observer, il primo magazine che in Italia informa sui contenuti della formazione professionale qualificata e sulla domanda/offerta di corsi manageriali e di specializzazione. Innovazione, talento, competenze e esperienze sono i pilastri su cui le imprese devono costruire il proprio futuro. Per questo il know-how aziendale è il vero patrimonio strategico da accrescere e tutelare. Academy Observer esplora e interpreta l’innovazione delle conoscenze che contano veramente per la crescita delle imprese e delle risorse umane.

Exit mobile version