Il mercato del lavoro italiano si trova davanti a un paradosso: le imprese faticano a trovare le professionalità di cui hanno bisogno, mentre il sistema formativo non riesce ancora a colmare il divario con i principali partner europei sul fronte dei giovani laureati. Una contraddizione che interessa direttamente le strategie di crescita aziendale e che rende sempre più importante il ruolo della formazione continua.
A evidenziarlo sono anche due approfondimenti pubblicati da PMI.it: Figure professionali introvabili: le imprese con posti vacanti a caccia, firmato da Anna Fabi il 19 marzo 2026, e Terziario avanzato, Confindustria prepara il contratto dei servizi professionali, che approfondisce la crescita dei servizi ad alta specializzazione e la carenza di laureati.
I dati richiamati da PMI.it restituiscono un quadro significativo: nel 2025, in Italia il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, contro il 44,8% della media dell’Unione europea. Il divario è di 13,7 punti percentuali. Anche il tasso di occupazione dei neolaureati tra i 20 e i 34 anni che hanno terminato gli studi da uno a tre anni è inferiore alla media europea: 78,7% contro 87%.
Come sottolinea PMI.it nel suo approfondimento sul terziario avanzato, la carenza di laureati rappresenta un problema particolarmente rilevante per attività come la consulenza gestionale e gli studi di ingegneria e architettura, dove oltre il 60% degli occupati possiede una laurea, rispetto al 25,5% della media nazionale.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce l’emigrazione dei giovani laureati, che restringe il bacino di competenze al quale le imprese italiane possono attingere.
Il mismatch non è soltanto un problema di selezione
Il quadro descritto da PMI.it va oltre la semplice difficoltà di trovare candidati. Nel secondo semestre 2025, secondo i dati CNEL-Unioncamere ripresi dalla testata, il 46,1% delle assunzioni programmate dalle imprese italiane ha incontrato difficoltà di reperimento. Il tempo medio necessario per trovare le figure più difficili da assumere ha raggiunto quattro mesi e mezzo, con punte superiori ai sei mesi in alcuni comparti.
Le criticità riguardano sia le professioni tecniche e specialistiche sia i mestieri operativi. Costruzioni, metalmeccanica ed elettronica registrano difficoltà particolarmente elevate, mentre le microimprese risultano più penalizzate rispetto alle organizzazioni di maggiori dimensioni.
Per le aziende più piccole, una posizione scoperta può tradursi in ritardi nelle commesse, sovraccarico per il personale già presente e minore capacità di rispondere alle richieste dei clienti. Il problema è dunque anche organizzativo ed economico.
La conseguenza è chiara: affidarsi esclusivamente al mercato esterno per reperire competenze già pronte può non essere sufficiente. Occorre affiancare alle attività di selezione una strategia che consenta di sviluppare le capacità necessarie all’interno dell’organizzazione.
Corporate Academy: dalla formazione alla strategia d’impresa
È in questo contesto che le Corporate Academy possono assumere un ruolo decisivo. Non semplici cataloghi di corsi o piattaforme per l’erogazione di contenuti, ma strutture capaci di collegare gli obiettivi industriali e organizzativi con lo sviluppo delle persone.
Una Corporate Academy efficace parte dall’analisi dei fabbisogni professionali, individua le competenze critiche e progetta percorsi di apprendimento coerenti con le trasformazioni del business. La sua funzione non si esaurisce nell’aggiornamento delle conoscenze: consiste nel rendere le persone capaci di affrontare nuovi compiti, utilizzare tecnologie emergenti e contribuire al miglioramento dei processi.
Per i giovani laureati, può rappresentare uno strumento per accelerare il passaggio dall’università al lavoro attraverso programmi di inserimento, formazione tecnica, affiancamento e apprendimento sul campo.
Per chi è già occupato, può offrire percorsi di upskilling e reskilling, favorendo l’acquisizione di competenze digitali, manageriali e specialistiche e rendendo possibile una maggiore mobilità professionale interna.
Per le imprese, infine, può diventare un mezzo per ridurre la dipendenza da competenze difficili da reperire sul mercato, preservare il patrimonio di conoscenze aziendali e preparare le professionalità necessarie alla crescita futura.
Una sfida che riguarda anche le PMI.
Le piccole e medie imprese hanno spesso maggiori difficoltà a sostenere autonomamente investimenti strutturati nella formazione. Proprio per questo, le Academy non devono necessariamente coincidere con grandi strutture aziendali: possono svilupparsi attraverso reti di imprese, iniziative settoriali, partnership con enti formativi e programmi condivisi.
Queste collaborazioni consentono di mettere in comune docenti, infrastrutture, tecnologie e competenze, rendendo accessibili percorsi formativi che una singola impresa difficilmente potrebbe progettare e finanziare da sola.
Il collegamento con il territorio è altrettanto importante. Università, ITS Academy, associazioni imprenditoriali e istituzioni formative possono contribuire a costruire un ecosistema nel quale i fabbisogni delle aziende trovino risposte più rapide e i percorsi educativi siano maggiormente connessi alle opportunità professionali.
Dalla carenza di talenti alla capacità di formarli
I dati riportati da PMI.it richiamano un problema strutturale del sistema italiano: il numero relativamente contenuto di giovani laureati si combina con difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e con una persistente carenza di professionalità tecniche e specialistiche.
Le Corporate Academy non possono risolvere da sole il divario educativo italiano, né sostituire le politiche pubbliche per l’istruzione e l’occupazione. Possono però contribuire a ridurre il disallineamento tra competenze disponibili e competenze richieste, creando un collegamento più solido tra formazione, lavoro e trasformazione organizzativa.
La sfida per le imprese è quindi duplice: attrarre le professionalità necessarie e sviluppare quelle che ancora mancano. In un mercato nel quale le competenze diventano rapidamente un fattore decisivo di competitività, la capacità di apprendere e aggiornarsi non può essere considerata un’attività accessoria.
La vera domanda non è soltanto dove trovare i talenti, ma come creare le condizioni perché possano crescere. Per le Corporate Academy, è questa la sfida strategica: trasformare la formazione da risposta a una carenza contingente in una capacità permanente dell’impresa.
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