La percezione è generale e diffusa: l’Intelligenza artificiale – e con essa la robotica, la difesa e la cybersecurity – ha garantito l’afflusso di ingenti risorse, attraverso le piazze finanziarie, dalle banche e dagli investitori ai gruppi che stanno ridisegnando le architetture informative del futuro. Ma le applicazioni industriali non hanno ancora preso il volo e persistono alcuni interrogativi che riguardano la profittabilità degli investimenti da una parte, mentre dall’altra la riflessione è tutta concentrata su quanto e come sarà possibile applicare tali innovazioni nei singoli comparti produttivi.
La questione di fondo riguarda l’assenza di una formazione adeguata da parte degli operatori economici. Di fatto non esistono modelli organizzativi ispirati alla rapida trasformazione in atto che impone l’Intelligenza Artificiale. L’innovazione da parte dell’offerta cresce a ritmi elevati e comunque maggiori rispetto al percorso di accomodamento delle imprese industriali. Ne consegue che, mentre multinazionali e gruppi di maggiori dimensioni hanno cominciato alacremente ad adottare le nuove soluzioni grazie alle proprie generose riserve patrimoniali, restano al palo le realtà produttive piccole e medie dove, oltre alla penuria di capitali, non ci sono competenze richieste e dove si fa sentire maggiormente il gap delle conoscenze che le nuove soluzioni richiedono.
In che misura i mercati con le loro attività possono essere in grado di darci un’idea della situazione generale? Abbiamo affrontato l’argomento con Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di GWM Italia, che si mostra fiducioso eper il quale la fiducia generale è un buon indice al quale guardare.
Gli investimenti nell’intelligenza artificiale per i mercati è stata quasi un’euforia. Con quali prospettive?
Matteo Ramenghi – Sicuramente è quello che il mercato si aspetta è un forte aumento della produttività e una monetizzazione di questi investimenti per giustificare quanto è stato collocato in queste aree. Ad oggi abbiamo i primi segnali sulla monetizzazione soprattutto da parte di alcune società. Mancano però ancora le applicazioni industriali che potrebbero essere un acceleratore per i ricavi di questo comparto. In ogni caso tutti i settori produttivi devono considerare questo tipo di innovazione per non rimanere indietro per non rischiare di perdere il treno.
Gli operatori di mercato che percezione hanno sulle direttive di investimento concreto?
Matteo Ramenghi – Per quanto riguarda gli investitori in generale prevale una fase di fiducia, per cui il settore tecnologico comunque negli ultimi cinquant’anni è stato motore di performance sul mercato azionario. Parte con un track record positivo che, diciamo, determina anche una certa generosità da parte degli investitori. Fino ad ora non ci sono segnali particolarmente preoccupanti. Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione, tuttora in corso, che potrebbe dare buoni frutti. Certo che se guardiamo la composizione degli indici, oggi sono molto sbilanciati sulla tecnologia, per cui spesso è necessario diversificare per mantenere comunque una assenza di concentrazione eccessiva.
Disclaimer: Tutte le immagini sono generate con l’intelligenza artificiale
